Bohemian Rhapsody – La recensione

Il film campione di incassi e candidato a 5 premi Oscar Bohemian Rhapsody ripercorre la storia dei Queen dalla loro formazione nel 1970 alla storica esibizione al Live Aid nel 1985, concentrandosi sulla vita del frontman Freddie Mercury (Rami Malek).

Il film di Bryan Singer è tutto a servizio della musica dei Queen e volto alla sua spettacolarizzazione. Sono le parti musicali a fare da traino al film, esaltate da un montaggio e una regia – almeno nella prima parte – molto fluidi.

Il film non riesce però a distinguersi dalle altre pellicole del genere e propone i luoghi comuni più diffusi sul rock e sulle rockstar. Bohemian Rhapsody non si fa mancare niente, dai festini con alcol e droga agli screzi con il discografico, dalle sperimentazioni musicali fino alla rappresentazione di Freddie Mercury come un frontman esibizionista e capriccioso.

Il cantante ci viene presentato con una camminata al rallenty sulle note di Somebody To Love mentre si appresta a salire sul palco del Live Aid. È quindi evidente fin da subito che egli verrà raffigurato con tutti i cliché della rockstar. Per buona parte del film è come se Mercury non scendesse mai dal palcoscenico e tutta la sua vita fosse una performance.

“I’m just a musical prostitute, my dear.”

Quando cerca di restituirci qualcosa in più di un’immagine mitizzata, Bohemian Rhapsody fatica a dirci chi fosse veramente Freddie Mercury. Ma avremmo mai potuto conoscerlo davvero, restio com’era a parlare della sua vita privata? Forse è per questo che nei titoli d’inizio ci viene mostrato di spalle, come se non potessimo leggergli in faccia.

La musica la fa da protagonista soprattutto nella prima parte del film, poi passa in secondo piano – ad esempio Under Pressure e Who Wants To Live Forever le sentiamo ma non le vediamo eseguite –, lasciando spazio agli sviluppi drammatici del personaggio di Freddie Mercury e predisponendo lo spettatore al lungo concerto finale al Live Aid.

In generale il film manca di equilibrio, complici il passaggio di regia a Dexter Fletcher dopo il licenziamento di Singer e una sceneggiatura sbilanciata. Infatti, la prima parte scorre velocemente, peccando forse anche di superficialità; poi, quando il film vira verso il drammatico, la sceneggiatura si dilata in favore di una drammaticità forzata, data anche dall’alterazione dei fatti storici.

A questo punto è doveroso allargare il discorso alla questione di piegare la storia a fini drammaturgici. I pareri si sono divisi sul fatto che fosse giusto o sbagliato manipolare la storia dei Queen per rendere il film più avvincente. Chi scrive pensa che se un film vuole essere un biopic canonico – come in questo caso – non avrebbe bisogno di cambiare la realtà. D’altra parte, è vero anche che è difficile trovare film biografici che non siano neanche un po’ romanzati. Ma non è questo il vero problema di Bohemian Rhapsody, quanto l’uso che è stato fatto degli elementi drammatici.

Is this the real life? Is this just fantasy?

Che questi abbiano rispecchiato la realtà o siano stati frutto della fantasia – parafrasando la canzone che dà il titolo al film – le loro potenzialità non sono state comunque sfruttate a dovere.

Il film si concentra infatti soprattutto sulla relazione eterosessuale di Mercury con Mary Austin (Lucy Boynton), mentre non approfondisce come dovrebbe le relazioni omosessuali del cantante. Anche la questione dell’AIDS viene affrontata frettolosamente.

Non solo la drammaticità è gestita in modo discutibile: anche la comicità, presente soprattutto nelle scene della registrazione dell’album A Night At The Opera, è forse un po’ fuori contesto, sebbene risulti abbastanza piacevole.

Rami Malek ce l’ha messa tutta per ricordare le movenze di Freddie Mercury durante i momenti musicali, ma, per quanto possa essere stato difficile misurarsi con un personaggio così carismatico, la sua è più un’imitazione che un’identificazione vera e propria. Questo si percepisce anche quando il suo personaggio scende dal palco. Va detto che la caratterizzazione stereotipata della sceneggiatura sicuramente non è stata d’aiuto. In generale è comunque stato fatto un buon lavoro nella scelta del cast; Gwilym Lee, Ben Hardy e Joseph Mazzello in particolare sono molto somiglianti ai veri Brian May, Roger Taylor e John Deacon.

Il film è come We Will Rock You: coinvolgente, ma niente di più.

Bohemian Rhapsody omaggia la musica dei Queen ricalcando le loro esibizioni dal vivo e registrate, senza però spingersi in una riflessione più profonda sul mito di Freddie Mercury.

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