C’era una volta a… Hollywood – La recensione

Dall’ultima edizione del Festival di Cannes abbiamo già visto il film summa di Pedro Almodóvar, Dolor y gloria, e adesso anche Quentin Tarantino propone un discorso critico e compiaciuto sulla sua filmografia in C’era una volta a… Hollywood. Solo con il tempo, però, sapremo se questa nona pellicola avrà segnato la conclusione o il rinnovamento della produzione tarantiniana: il regista ha infatti dichiarato che sarà il suo penultimo o forse ultimo film, ma anche che continuerà a esprimere la sua creatività in altre forme artistiche.

È la prima volta che Tarantino ambienta il suo film nel mondo della settima arte, realizzando così la sua opera più esplicitamente metacinematografica. C’era una volta a… Hollywood si svolge durante tre giorni del 1969 – rispettivamente l’8 e il 9 febbraio e l’8 agosto – e segue le vicende di tre personaggi: l’attore televisivo Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), il suo stuntman e amico Cliff Booth (Brad Pitt) e la vicina di casa del primo, l’attrice Sharon Tate (Margot Robbie).

È anche la prima volta che il regista e sceneggiatore guarda ai suoi personaggi con compassione: Sharon Tate in special modo viene innalzata a simbolo di leggerezza e giovinezza, della quale è stata tragicamente privata all’età di 26 anni per mano dei seguaci di Charles Manson. Anche gli altri due protagonisti vengono ritratti con tenerezza, essendo loro due attori sopraffatti dalla New Hollywood. Rick soprattutto lotta per affermarsi sul grande schermo consapevole che tutto quello che fa è già datato, mentre Cliff è ormai ridotto al solo ruolo di galoppino.

Similmente ad Almodóvar, Tarantino ricorre ad alcuni dei suoi attori feticcio (DiCaprio, Pitt, ma soprattutto Kurt Russell, Bruce Dern), cita i suoi film precedenti, inserisce gli elementi che lo hanno reso ciò che è oggi, e matura una consapevolezza mai così a fuoco sullo scarto tra ciò che è cinematografico e ciò che è reale.

In nessun film come in C’era una volta a… Hollywood Quentin Tarantino si è messo al pari degli spettatori, inserendo tutti i suoi ricordi di bambino fruitore del cinema e della televisione anni ’60. La maggior parte del film è volta alla restituzione delle sensazioni provate in giovane età e alla ricostruzione, sempre meticolosa, dell’ambientazione storica. Il film è sbilanciato sul lato realistico e introspettivo, tanto che viene da chiedersi se il vecchio Quentin si sia ammorbidito un po’ troppo. Ma poi, verso la fine, eccolo che torna con la sua buona dose di irrealtà e violenza, in grado di appagare, seppur per poco, lo spettatore più affezionato al suo lato splatter, suscitando però un’emozione diversa dal solito. La comicità che attraversa il film, infatti, strappa numerose risate, ma nasconde anche tanta amarezza.

Allora, la formula “Once upon a time…” del titolo indica qualcosa che è stato e ora non è più – la vecchia Hollywood? La carriera registica di Tarantino? – ma anche una fiaba in cui il cinema rimaneggia la cronaca (come già in Bastardi senza gloria, dove Hitler veniva ucciso durante una première) per riscattare i perdenti della storia.

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