La Casa di Jack – La recensione

La recensione del film La Casa di Jack (The House That Jack Built) di Lars Von Trier con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman.

Se volessimo riassumere in poche parole il nuovo film di Lars Von Trier presentato al Festival di Cannes 2018 potremmo semplicemente definirlo come una rivisitazione della Divina Commedia.

Diviso in 5 capitoli, La Casa di Jack (titolo originale: The House That Jack Built) racconta 5 degli innumerevoli omicidi compiuti da Jack (Matt Dillon), un ingegnere e aspirante architetto che inizia la sua carriera criminale uccidendo una donna soccorsa per strada (Uma Thurman). Attraverso il racconto in prima persona delle sue “creazioni artistiche”, Jack tira le somme della sua vita, compiendo un percorso di autoconsapevolezza con l’aiuto del misterioso signor Verge (Bruno Ganz).

Il lancio dell’articolo può sembrare una provocazione ma il riferimento all’opera dantesca attraversa tutto il film – soprattutto nei dialoghi in voce over – per palesarsi nell’epilogo: La Casa di Jack è una discesa negli inferi dove il bravo Matt Dillon, con il suo accappatoio rosso, rappresenta un moderno Dante o, più semplicemente, un dannato che viene scortato da Verge, ovvero Virgilio, interpretato dal compianto Bruno Ganz.

Il fotogramma che replica il celebre dipinto di William-Adolphe Bouguereau.

Tutto il film è permeato da un senso di morte che, sebbene qui sia portato all’eccesso, recentemente avevamo visto in maniera più sottile e psicologica anche in Phantom Thread di Paul Thomas Anderson. Pensandoci bene, in effetti, i due protagonisti maschili si somigliano molto: entrambi sono misogini, narcisisti, presuntuosi e apatici. Però, per quanto Jack possa essere un personaggio sgradevole, nei suoi primi omicidi presenta una certa goffaggine – dettata dal suo disturbo ossessivo compulsivo – che lo rende più grottesco e quasi più simpatico (nel senso di compatibile) di Reynolds Woodcock.

Forse è proprio per l’umorismo nero accompagnato alla violenza gratuita che a Cannes i critici abbandonarono la sala in massa, probabilmente non rendendosi conto a sufficienza che con la loro indignazione avrebbero soltanto suscitato maggiore curiosità per il film anziché abbassato le aspettative. Invece, restando fino ai titoli di coda, avrebbero potuto accorgersi di essere di fronte a un bluff.

Jack si guarda allo specchio con la stessa espressione dei giornalisti davanti allo schermo.

Infatti, la violenza c’è e in dosi massicce, ma è generata più dai dialoghi palesemente falsi, dalla camera a spalla e dal montaggio che non dal sangue che scorre. Molto più spazio sembra essere relegato all’idea di arte secondo Jack/Von Trier. Quindi niente di tutto quello che il fuggi-fuggi generale a Cannes faceva presagire.

Non è facile dare un giudizio complessivo su questo film. Buoni spunti di riflessione e alcuni colpi di genio si accompagnano a provocazioni autoreferenziali, costruite e fine a se stesse. Come il suo regista, La Casa di Jack non è facilmente definibile, ma è qualcosa di unico, nel bene e nel male.

Per finire: oltre a Hit the Road Jack che chiude in modo geniale il film, nella colonna sonora c’è anche una partita di Bach suonata da Glenn Gould. Da Il silenzio degli innocenti, ormai Bach è associato ai serial killer un po’ come il pane con la Nutella.

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