Lady Bird – La recensione

Forte di 5 candidature agli Oscar e, per un breve periodo, del record di recensioni positive su Rotten Tomatoes, Lady Bird sembra avere un successo inarrestabile.

Lady Bird è una storia di ribellione adolescenziale e di crescita. Nei primi anni duemila, la diciassettenne Christine McPherson vuole scappare da Sacramento e andare al college nella East Coast, ma le difficoltà economiche e i cattivi voti a scuola non glielo permettono. Seguiamo quindi Lady Bird (questo è il nome che la protagonista si è data) alle prese con il liceo (cattolicissimo) e con il corso di teatro a cui è costretta a partecipare per migliorare i voti; inoltre, vediamo anche i suoi primi approcci verso il sesso opposto e il rapporto difficile con la madre.

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Il film scritto e diretto da Greta Gerwig presenta dunque una trama semplice e come tante, però è caratterizzato da una sceneggiatura briosa, molto scorrevole e leggera, che evita di cadere in sentimentalismi, anche laddove i toni si fanno malinconici. Perché è vero, quello di Greta Gerwig è un atto d’amore e odio verso Sacramento, che è veramente la sua città natale. Anche se la protagonista si sente fuori posto e sogna la East Coast, in fin dei conti Sacramento non è così orribile: meno cool rispetto alla costa, la città dell’entroterra californiano sembra comunque un posto “alternativo” grazie ai simpatici personaggi che la popolano, a partire dalla stessa Lady Bird e dalla sua migliore amica Julie, passando dal fratello Miguel e dalla sua fidanzata, fino al gruppo di teatro.

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Tutti questi personaggi “strampalati” confermano che stiamo vedendo un film indie ma fanno soltanto da contorno, mentre il vero focus del film resta il rapporto tra Lady Bird e sua madre: un rapporto dolceamaro, che fa sorridere – alcuni scambi sono veramente esilaranti -, ma anche intenerire. Il risultato finale è ben bilanciato, sebbene la Gerwig tenda a privilegiare il registro comico.

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Che siamo nei primi anni duemila è evidente grazie alla messinscena e ai look: camerette dipinte di rosa, capelli colorati, piercieng dovunque, minigonne alla Britney Spears di Hit me baby one more time. Queste caratteristiche rendono il film ancora più indie. Non mancano neanche alcuni riferimenti storici (ad esempio, l’attentato alle Torri Gemelle del 2001).

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Le interpretazioni non sono caricate e, nella loro semplicità, risultano fresche e coinvolgenti. Brillante Saoirse Ronan nei panni dell’irrequieta Christine “Lady Bird”, che appare disinvolta anche con i capelli sporchi e i brufoli, e regala alcune tra le battute più intelligenti, avvalendosi della sua innegabile capacità espressiva. Irresistibile l’interpretazione di Laurie Metcalf della madre realistica, a tratti dura, ma dal cuore grande; sicuramente una delle migliori interpretazioni femminili non protagoniste della stagione.

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Malgrado le piccole parti, se la cavano bene anche Lucas Hedges (dopo Manchester by the sea dello scorso anno e Tre Manifesti a Ebbing, Missouri si conferma un bravo attore) e Timothée Chalamet, che fornisce un’interpretazione del tutto differente rispetto a Call Me by Your Name, dimostrandosi così veramente versatile. Due giovani promesse che vedo sempre con piacere sul grande schermo.

Greta Gerwig asseconda il tono delle scene e la vita dei personaggi senza intervenire eccessivamente con la macchina da presa. La sua è quindi una regia “silenziosa”, non caratterizzata da virtuosismi tecnici se non da alcune inquadrature simmetriche fisse e altre tagliate in fase di montaggio, soprattutto nelle scene divertenti per accentuarne l’effetto comico.

È strano, ma anche rincuorante, che un film indie abbia messo tutti d’accordo. In effetti, lascia una bella sensazione addosso, anche se non sai spiegarti il perché immediatamente: credo che sia proprio questa la forza di Lady Bird.

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Un commento su “Lady Bird – La recensione

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