L’amica geniale – La recensione

Si è conclusa la messa in onda della prima stagione de L’amica geniale, la serie tv di Saverio Costanzo basata sul romanzo omonimo di Elena Ferrante.

La prima delle ipotetiche quattro stagioni (quanti sono i libri della Ferrante) narra l’infanzia e l’adolescenza delle due protagoniste. Inizia con un’anziana signora, Elena Greco (detta Lenù), la cui vita viene scossa dalla scomparsa improvvisa di Raffaella Cerullo (detta Lila), l’amica più importante che abbia mai avuto. Elena comincia così a raccontare la storia di un’amicizia epica, nata nella Napoli degli anni ’50 e durata sessant’anni.

Le giovani interpreti – non attrici professioniste, come quasi tutto il cast – incarnano perfettamente Lenù e Lila così come vengono descritte nel libro. La prima con i boccoli biondi, la seconda secca come un’alice salata, con il viso lungo e i capelli lisci e nerissimi. L’aspetto fisico dice molto del carattere delle due protagoniste: Elena ha un carattere mite, è prudente e ansiosa, mentre Lila è la bambina più intelligente ma selvatica del rione. Elena subisce il fascino di Lila, la ammira, tanto da non mettersi mai in competizione con lei, abituandosi ad essere seconda in tutto quello che fa. Dopo le prime prove di coraggio a cui Elena è sottoposta da Lila (le bambole gettate nella cantina di don Achille), le due bambine finiscono per diventare amiche.

Allo stesso modo, la serie rappresenta una Napoli pericolosa e affascinante, quasi primitiva, al pari di quella descritta nelle pagine del romanzo. Vengono mostrate le ferite del secondo conflitto mondiale non ancora sanate, la miseria, gli interni sporchi e freddi delle case, ma soprattutto la violenza: tra i bambini, tra le donne e tra gli uomini, in particolare tra i commercianti del quartiere e don Achille prima, e i Solara poi. La violenza avviene anche sotto lo stesso tetto, tra padri e figlie, tra mariti e mogli.

La storia in sé non ha particolari colpi di scena ma racconta in maniera autentica le cose importanti della vita: la famiglia, l’istruzione, il lavoro, il matrimonio e – last but not least – l’amicizia. Oltre al rapporto tra le due protagoniste, la rabbia della maestra di fronte allo spreco di una mente così brillante come quella di Lila, il sacrificio che Rino è disposto a fare pur di pagare gli studi alla sorella, la disperazione dei padri mentre picchiano le figlie, l’arrivo del “marchese”, lo sguardo impietrito di Ada sul sedile posteriore dell’auto dei Solara, le scuse di Marcello per aver rotto il braccialetto di Lenù e così via, sono tutti piccoli ma determinati eventi, raccontati con il dovuto spessore nel libro e difficilmente dimenticabili una volta rappresentati sullo schermo, anche grazie all’espressività degli attori.

La scrittura della Ferrante già aiutava il lettore a visualizzare mentalmente le scene descritte e a comprendere il complesso profilo psicologico dei personaggi, uno più intrigante dell’altro e mai banali. La regia di Saverio Costanzo ha mantenuto intatto il patrimonio di partenza, portandolo sullo schermo con altrettanta incisività e consapevolezza. La penna della Ferrante e la macchina da presa di Costanzo scavano nel profondo, evitando inutili didascalismi e prediligendo immagini evocative e realistiche, vicine a ognuno di noi.

Un altro motivo per cui la serie funziona è il suo approccio interdisciplinare, quanto mai attuale: infatti vi troviamo riferimenti alla letteratura, trattandosi della trasposizione di un romanzo, al teatro, per la ricostruzione del set e in parte per la recitazione, al cinema, con evidenti riferimenti al Neorealismo per alcune scelte registiche e citazioni, alla serialità, per la struttura episodica. Non so quanto i fan del libro abbiano sentito la necessità di vederne la trasposizione sul piccolo schermo, ma è stato giusto svilupparlo anche in altre forme, che siano teatrali, cinematografiche, televisive oppure tutte queste cose messe insieme, come nel caso de L’amica geniale.

Insomma, per una volta un’ottima occasione non è andata sprecata.

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