Le immagini di Call Me by Your Name con le parole di André Aciman

Chiamami col tuo nome è uno di quei casi in cui libro e film sono complementari; l’uno fa da supporto all’altro, ma al contempo sono già gratificanti anche singolarmente. Se nel romanzo di André Aciman leggiamo i pensieri di Elio sotto forma di flusso di coscienza, nella pellicola di Luca Guadagnino tali pensieri ci vengono restituiti essenzialmente tramite il linguaggio del corpo (ecco perché la recitazione è così importante in questo film) e sta allo spettatore capire da i gesti e dagli sguardi dei personaggi cosa stanno pensando dentro la loro testa. Due modalità di espressione differenti che si completano dunque a vicenda, anche perché alcuni eventi e personaggi letterari sono stati tagliati nel film e l’ambientazione è diversa (il libro si svolge nella Riviera Ligure e a Roma). L’adattamento di James Ivory si discosta inevitabilmente dallo stile letterario di partenza, ma rende comunque giustizia al romanzo di Aciman, ed ha quindi meritato la vittoria dell’Oscar.

Se Ivory alla sceneggiatura e Guadagnino alla regia hanno trasformato le parole del libro in immagini, in questo articolo ho cercato di combinare le due forme – la parola e l’immagine, appunto – accostando ai fotogrammi del film le parole dello stesso André Aciman. I passaggi che ho riportato non vengono espressi sullo schermo attraverso la voce dei protagonisti, ma lasciati intendere (in alcuni casi forse non abbastanza esplicitamente) dagli sguardi degli stessi; perché, come afferma Sufjan Stevens nella sua canzone, “words are futile devices”.

*ATTENZIONE: SEGUONO SPOILER*

Inizio subito con l’approfondire il significato di “Dopo!” (“Later!” in lingua originale) che tante volte sentiamo pronunciare da Oliver. Nel libro viene spiegato così da Elio:

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Non avevo mai sentito nessuno salutare così. Il suo “Dopo!” suonava duro, secco e sbrigativo, pronunciato con la velata indifferenza di chi non si preoccupa più di tanto se ti rivedrà o risentirà. […] Quel “Dopo!” aveva sempre in sé qualcosa di brusco. Non “Ci vediamo dopo” o “Stammi bene” e nemmeno “Ciao”. Era piuttosto un saluto raggelante, duro, che si faceva beffa delle nostre melense carinerie europee. “Dopo!” lasciava sempre un retrogusto tagliente in ciò che fino a un attimo prima magari era stato un momento di intimità, di calore. “Dopo!” non ti permetteva di mettere fine a qualcosa con garbo e nemmeno di lasciare che si affievolisse a poco a poco. Troncava di netto. Ma era anche un modo per evitare di separarsi definitivamente, di non dare peso ai saluti. “Dopo!” non annunciava un addio, ma un ritorno immediato.

Il film di Luca Guadagnino – o perlomeno la prima parte – vive di attese, silenzi, frasi non dette e sguardi. Questo perché, in molte pagine del romanzo, Elio cerca di interpretare le occhiate scambiate tra lui ed Oliver:

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Finito di spiegare la mia trascrizione, mi accorsi che dalla mia sinistra mi giungevano occhiate intense. La cosa mi eccitava, e mi lusingava, anche; era ovvio che fosse interessato. Gli piacevo. Non era stato poi così difficile, allora. Ma quando alla fine, prendendomela con tutta calma, mi voltai verso di lui e incrociai il suo sguardo, lo trovai gelido: ostile e vitreo al contempo, rasentava la crudeltà. Mi smontò completamente. Che cosa avevo fatto per meritarmelo? […] Sembrava quasi che lo facesse apposta; prima mi dava corda, e poi ancora, e poi cancellava anche la minima parvenza di amicizia. Lo sguardo d’acciaio ritornava sempre. Un giorno, mentre mi stavo esercitando alla chitarra seduto a quello che era diventato «il mio tavolo» nel giardino sul retro, vicino alla piscina, e lui era disteso sul prato accanto a me, riconobbi quello sguardo al volo. Io ero concentrato sugli accordi e intanto lui mi fissava, e quando all’improvviso sollevai la testa per vedere se gli piaceva quello che stavo suonando, lo vidi: eccolo là, tagliente, crudele, come una lama scintillante ritratta appena la vittima l’aveva scorta. […] Forse per questo motivo giravo la testa dall’altra parte ogni volta che mi guardava: per nascondere la sollecitazione a cui era sottoposta la mia timidezza. E nemmeno mi sfiorò l’idea che potesse trovare offensiva la mia reticenza e, dunque, ripagarmi di tanto in tanto con un’occhiata ostile. […] Per settimane avevo frainteso il suo sguardo, interpretandolo come aperta ostilità. Mi sbagliavo di grosso. Era semplicemente il modo in cui un uomo timido cercava di reggere lo sguardo di un altro. Eravamo le due persone più timide del mondo, alla fine ci arrivai.

La scena in cui Elio stuzzica Oliver suonando al pianoforte può sembrare innocente, mentre nel libro è scritto a chiare lettere che i due stanno flirtando.

Sapevo esattamente quale frase del brano doveva averlo commosso, prima, e ogni volta che la suonavo era come se gli facessi un piccolo dono, perché davvero era dedicato a lui, come pegno di una cosa bellissima che sentivo dentro di me, non ci voleva un genio per capire cosa, e mi spingeva a prolungare la cadenza. Solo per lui. Stavamo flirtando e di sicuro lui se ne era accorto molto prima di me.

Ed eccoci alla scena del massaggio, che in seguito si scoprirà essere il tentativo di Oliver di far capire i propri sentimenti ad Elio. L’espressività di Timothée Chalamet (Elio) è rivelatrice di un momento che nasconde qualcosa di più profondo rispetto a quello che ci viene mostrato. Nel libro infatti l’episodio è così descritto:

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[…] mi mise il braccio libero attorno alla vita e poi mi affondò con delicatezza il pollice e l’indice in una spalla, imitando un amichevole abbraccio-massaggio, tutto con grande innocenza. Ma io ero come sotto l’effetto di un incantesimo, tanto che dovetti divincolarmi, perché un momento ancora e mi sarei accasciato a terra come uno di quei pupazzetti di legno il cui corpo dondolante collassa non appena si premono le molle. […] Ero così disperato che devo aver assunto un’espressione a metà tra l’impazienza e la rabbia inespressa. Non mi sfiorò neanche l’idea che Oliver potesse fraintendere e pensare che fossero rivolte contro di lui. […] intuitivo com’era, possibile che non avesse capito il significato del mio scatto, quando all’improvviso mi ero divincolato dalla sua stretta? Possibile che non avesse sentito, appena aveva iniziato a massaggiarmi, che non riuscivo a rilassarmi perché quello era il mio ultimo rifugio, la mia ultima difesa, la mia ultima finzione, che in realtà non gli avrei mai opposto resistenza, che la mia era una resistenza fasulla, che ero incapace e soprattutto non avrei mai voluto resistergli, qualunque cosa avesse fatto o mi avesse chiesto di fare? […] Perché mi ero sentito mancare? E possibile che ci volesse così poco? Bastava che mi toccasse e mi ritrovavo senza energia né forza di volontà? Questo voleva dire sciogliersi come un panetto di burro? E perché non avrei dovuto dimostrargli che ero come burro davanti a lui? Perché avevo paura di ciò che sarebbe potuto accadere? Oppure temevo che avrebbe riso di me, che l’avrebbe detto a tutti? O che avrebbe ignorato l’intera faccenda col pretesto che ero troppo giovane per sapere cosa stavo facendo? O forse perché, se lui sospettava di qualcosa – e in quel caso voleva dire che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – poteva avere la tentazione di agire di conseguenza? Volevo che lo facesse? O preferivo vivere nel desiderio, a patto che continuassimo quella partita di ping pong all’infinito? Sapere… Non sapere… Sapere… Non sapere…

La catenina con la stella di David – indossata da Oliver e in seguito pure da Elio – viene inquadrata più volte da Guadagnino; anche nel libro è citata a più riprese, perché carica di significato:

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Ma furono la catenina d’oro e la stella di David con la mezuzah d’oro che portava al collo a dirmi che c’era qualcosa di più forte di tutto ciò che potessi volere da lui, perché ci legava e mi ricordava che, mentre tutto cospirava per renderci gli esseri più diversi al mondo, questo almeno trascendeva ogni differenza. Gli vidi la stella quasi subito, il primo giorno. E da quel momento capii che ciò che mi confondeva e mi spingeva a cercare la sua amicizia, sperando di non deluderlo mai in alcun modo, era più grande di qualsiasi cosa ciascuno di noi avrebbe mai potuto volere dall’altro, più grande e perciò più importante della sua anima, del mio corpo, della terra stessa. Fissargli il collo con la stella e quell’amuleto così carico di significato era come fissare un elemento atemporale, atavico, ancestrale, immortale in me, in lui, in noi, che implorava di essere riportato in vita e risvegliato dal suo sonno millenario.

Un altro particolare di cui soltanto chi ha letto il libro poteva accorgersi è quello dei costumi di Oliver. Elio sostiene che ad ogni colore corrisponda una personalità diversa di Oliver e, se si presta attenzione, questa caratteristica è stata trasportata anche nel film, sebbene i costumi siano stati ridotti da 4 a 3 (il costume blu si fonde con quello verde).

Ci misi un po’ a rendermi conto che Oliver aveva quattro personalità diverse a seconda del costume da bagno che indossava. Sapere cosa aspettarmi ogni volta mi dava l’illusione di avere un lieve vantaggio. Costume rosso: sfacciato, sicuro di sé, molto adulto, quasi burbero e di cattivo umore… meglio stargli alla larga. Costume giallo: vivace, esuberante, divertente, pronto a tirar frecciatine… non cedergli con troppa facilità; in men che non si dica da giallo potrebbe diventare rosso. Costume verde, che indossava di rado: condiscendente, ansioso di imparare, ansioso di parlare, solare… perché non era sempre così? Costume blu: lo portava il pomeriggio in cui era entrato in camera mia passando dal balcone, il giorno in cui mi aveva massaggiato la spalla e anche quando aveva raccolto il bicchiere e me l’aveva posato accanto ai fogli.

Secondo molti, la dichiarazione di Elio è troppo criptica. Il dialogo è fedele al libro, quindi anche lo scrittore voleva che Elio dicesse tutto senza dire niente. Nel romanzo, riusciamo a comprendere meglio perché il giovane protagonista non abbia avuto bisogno di essere più diretto nel rivelare i propri sentimenti ad Oliver:

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Mi mantenevo a galla, cercando di non affogare ma nemmeno di mettermi in salvo, stavo lì e basta, perché lì c’era la verità; anche se non ero capace di pronunciarla, nemmeno di alludervi, ma potevo giurare che era lì intorno a noi, proprio come si dice di una collana che hai appena perso in mare: Dev’essere lì sotto da qualche parte, lo so. Se avesse saputo, se solo avesse saputo che gli stavo dando l’opportunità di fare due più due e di ottenere un numero più grande di infinito… Ma se aveva capito, allora di sicuro nutriva già qualche sospetto, e se nutriva qualche sospetto voleva dire che c’era dentro anche lui fino al collo e mi guardava da un viale parallelo al mio con quel suo sguardo d’acciaio, ostile, vitreo, perentorio, onnisciente.

Nella scena a tavola capiamo esattamente quello che Elio sta provando, ma anche ciò che vorrebbe nascondere agli altri, grazie nuovamente all’espressività di Chalamet, che prima resta di sasso quando sua madre ordina a Mafalda di sparecchiare il posto di Oliver, e poi ruota gli occhi come dire “fa niente, non me ne importerebbe di meno” cosa che, come scritto nel libro, non è affatto vera.

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Non sapere se si sarebbe presentato per cena era una tortura. Ma sopportabile. La vera impresa era non osare chiedere se ci sarebbe stato oppure no. […] Non dovevo farmi vedere in ansia. Nemmeno preoccupato. Sta’ calmo. 

Il posto di Oliver fu sparecchiato all’istante. La procedura venne eseguita sommariamente, senza il minimo rammarico o scrupolo, come si cambia una lampadina che non funziona più o si raschiano via le interiora di una pecora macellata che una volta era il cucciolo di casa o si cambiano le lenzuola e le coperte nel letto in cui è morto qualcuno. Ecco, tieni questi e falli sparire. Osservai mentre le posate d’argento, il sottopiatto, il tovagliolo, Oliver stesso scomparivano. Era un presagio di ciò che sarebbe successo di lì a neanche un mese.

Il senso di chiamarsi ognuno con il nome dell’altro nel libro risulta più incisivo che nel film, in cui è dato un po’ per scontato, sebbene lo spettatore ne comprenda comunque l’importanza.

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[…] non appena pronunciai il mio nome come se fosse il suo, mi ritrovai trasportato in una dimensione che non avevo mai condiviso con nessuno prima, né mai avrei condiviso dopo. […] ciò che era mio all’improvviso diventava suo, così come ciò che apparteneva a lui adesso poteva essere tutto mio […] quando due esseri umani hanno bisogno non solo di stare insieme, ma di diventare così totalmente duttili che ognuno si trasforma nell’altro. Essere ciò che sono grazie a te. Essere ciò che era grazie a me. Lui era il passaggio segreto che mi conduceva a me stesso, come un catalizzatore che ci consente di diventare ciò che siamo, il corpo estraneo, il passista, l’innesto, il cerotto che manda gli impulsi esatti, il chiodo d’acciaio che tiene insieme le ossa di un soldato, il cuore di un altro uomo che ci rende più noi stessi di quanto non eravamo prima del trapianto. […] Chi altro sarei mai riuscito a chiamare col mio nome? Perché ci sarebbe stata un’altra persona, per forza, e poi un’altra e un’altra ancora, ma allora chiamarla col mio nome in un momento di passione mi sarebbe sembrata un’emozione derivata, una finta.

«Oliver era Oliver» dissi, come se questo riassumesse tutto. «Parce que c’était lui, parce que c’était moi» aggiunse mio padre, citando la spiegazione onnicomprensiva data da Montaigne della sua amicizia con Etienne de la Boétie. Io, invece, stavo pensando alle parole di Emily Brontë: perché «lui è me più di me stessa» […] alla fine capivamo entrambi che lui era più me di quanto non fossi mai stato io, perché tanti anni prima, quando a letto lui diventava me e io diventavo lui, Oliver era e sarebbe rimasto per sempre, anche molto dopo che ogni strada imboccata nella vita ci aveva cambiato, mio fratello, mio amico, mio padre, mio figlio, mio marito, il mio amante, me stesso.

Un’altra scena forse troppo poco esplicita è quella della mattina dopo la prima notte insieme, in cui Elio tiene le distanze da Oliver e per un attimo sembra rimpiangere quello che hanno fatto. Nel libro vengono descritti minuziosamente i suoi moti interiori:

Mi svegliai prima di realizzare che mi ero appisolato, un senso di terrore e angoscia che non riuscivo nemmeno lontanamente a comprendere. Mi sentivo nauseato, come se fossi stato male e mi servissero non solo molte docce per lavar via tutto quanto, ma anche un bagno nel colluttorio. Dovevo allontanarmi – da lui, da questa stanza, da ciò che avevamo fatto. Era come se lentamente mi stessi riprendendo dopo un terribile incubo, ma ancora non ero tornato coi piedi per terra, e neanche ero sicuro di volerlo, perché ciò che mi aspettava non era tanto meglio, eppure non potevo continuare ad aggrapparmi a quell’incubo, un ammasso gigantesco e amorfo che avvertivo come la più grande nube di disprezzo e rimorso che fosse mai passata sulla mia vita. Non sarei stato mai più lo stesso. […] avevo oltrepassato un confine terribile, non di fronte a chi mi era più caro, nemmeno di fronte a me stesso o a qualcosa di sacro o alla razza che ci aveva avvicinati tanto, nemmeno di fronte a Marzia […] Non erano loro che avevo offeso, ma quanti ancora non erano nati o non avevo incontrato e mai sarei riuscito ad amare senza ricordare questa massa di vergogna e repulsione che separava le nostre vite. Avrebbe perseguitato e insozzato l’amore che provavo per loro, e tra noi ci sarebbe stato questo segreto che poteva sciupare tutto ciò che di buono c’era in me. O forse avevo offeso qualcosa di ancora più profondo? Sì, ma cosa? L’avevo sempre provato questo disprezzo, benché camuffato, e avevo avuto bisogno di una notte come questa perché venisse fuori? Qualcosa di molto simile alla nausea, al rimorso – era quello, allora? – cominciò ad attanagliarmi e sembrava assumere contorni meglio definiti a mano a mano che prendevo consapevolezza che dalle finestre filtrava l’incipiente luce del giorno. Come la luce, però, per un istante anche il rimorso, sempre che di rimorso si trattasse, sembrò venire meno. Ma quando mi distesi sul letto con una sensazione di disagio, tornò rapidamente, come se volesse mettere a segno il punto decisivo ogni volta che pensavo fosse passato. Che mi avrebbe fatto male, l’avevo immaginato. Ma non mi aspettavo che il dolore si sarebbe aggrovigliato in fitte improvvise di sensi di colpa. […] Avrei sempre sperimentato la stessa colpa solitaria dopo ogni momento inebriante vissuto con lui? Perché dopo Marzia non mi capitava la stessa cosa? Era il modo con cui la natura mi ricordava che in realtà preferivo stare con lei? […] Ma poi me ne resi conto. Ciò che provavo quella sera era diverso da qualsiasi altra cosa avessi mai provato in vita mia. Era molto peggio. Non sapevo nemmeno come definirlo. Ripensandoci, non sapevo nemmeno come definire l’agitazione della notte prima. Avevo compiuto un passo da gigante, quella notte. Eppure eccomi qua, né più saggio né con più certezze rispetto a prima di sentire Oliver su di me. Forse non eravamo neanche andati a letto insieme. Almeno la notte prima c’era la paura di fallire, la paura di essere respinto o chiamato come io avevo già chiamato altri. Ora che quella paura l’avevo superata, stavo provando un’angoscia che c’era sempre stata, benché latente, come un presagio, l’avvertimento che oltre la burrasca mi attendeva una scogliera assassina? […] Nel frattempo, domani, se fossimo andati a nuotare la mattina presto, forse mi sarei sentito sopraffare di nuovo da un moto di disprezzo verso me stesso. Mi chiesi se prima o poi ci si faceva l’abitudine. O forse a furia di accumulare debiti di malessere alla fine si trova un modo per ripagarli tutti in una volta, riportando in pareggio il bilancio delle emozioni? Oppure la presenza dell’altro, che fino a ieri mattina sembrava quasi un intruso, diventa perfino più necessaria perché ci protegge dal nostro inferno individuale, tanto che la persona che ci tormenta di giorno è la stessa che ci dà sollievo la notte?

La scena della pesca si conclude nel film con il pianto di Elio che viene fatto passare per un semplice attacco di tristezza dovuto all’imminente ritorno di Oliver negli Stati Uniti. Nel libro invece i sentimenti di Elio sono ben più complessi:

Non so cosa mi prese in quel momento, mentre continuavo a fissarlo, ma all’improvviso provai un feroce bisogno di piangere. E invece di trattenermi, come prima con l’orgasmo, mi lasciai andare, anche solo per mostrargli un aspetto di me ugualmente intimo. Mi avvicinai e soffocai i singhiozzi sulla sua spalla. Piangevo perché nessuno sconosciuto era mai stato tanto gentile con me o era arrivato a tanto, nemmeno Anchise quella volta che mi aveva aperto la ferita sul piede e poi aveva succhiato il veleno dello scorpione, sputandolo fuori, più e più volte. Piangevo perché non avevo mai provato tanta gratitudine e non c’era altro modo di dimostrarla. E piangevo per i cattivi pensieri che gli avevo rivolto al mattino. E anche per la notte prima, perché, nel bene o nel male, non avrei mai potuto cancellarla, e adesso era il momento buono per fargli capire che aveva ragione lui, che non era facile, che il gioco e il divertimento potevano anche prendere un’altra strada e che ormai ci eravamo buttati in questa storia e adesso era troppo tardi per tirarsi indietro… piangevo perché stava succedendo qualcosa, ma non avevo idea di cosa fosse.

Nelle ultime parti del romanzo ci sono delle frasi bellissime sullo scorrere del tempo, sul fermare l’attimo, che non sono riuscita a collegare con nessun fotogramma in particolare ma che potrebbero essere associate al procedere lento del film, così come le numerose descrizioni sparse in tutto il libro dell’estate e del paesaggio italiano, tradotte in immagini tramite la fotografia e la scenografia.

Quello che ho riportato qui è solo un assaggio del meraviglioso mondo creato su carta da André Aciman e su pellicola da Luca Guadagnino. Dunque coraggio, lasciatevi travolgere anche voi da Chiamami col tuo nome in entrambe le sue forme; ne uscirete umanamente più arricchiti.

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