Okja – La recensione

Presentato in concorso al Festival di Cannes, Okja del sudcoreano Bong Joon-ho ha scatenato non poche polemiche per la sua distribuzione nella sola piattaforma Netflix. Polemiche forse un pelino esagerate, data la qualità della pellicola.

Okja è infatti un film delicato e poetico, alla Miyazaki. È una storia di amicizia tra una ragazzina di nome Mija e il super-maiale che ha allevato per conto della Mirando Corporation insieme al nonno fin da quando aveva 4 anni. Quando la multinazionale vuole riprendersi tutti i maiali giganti sparsi per il mondo, e così Okja (questo è il nome del super-maiale protagonista) per farne carne da macello, Mija lotterà con tutte le forze per salvare la sua amica, con l’aiuto di alcuni animalisti.

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Il rapporto tra Mija e Okja mi ha ricordato quello tra Satsuki e Totoro nel film di Miyazaki.

Già dalla trama si intuisce che il film sia strutturato come una fiaba. Infatti, l’ordine iniziale (la vita immersa nella natura sudcoreana di Mija e Okja) viene sconvolto da una catastrofe (il “rapimento” di Okja). La vicenda prosegue con alcune peripezie (i numerosi tentativi di salvataggio messi in pratica da Mija e dalla squadra degli animalisti) fino alla conclusione, lieta ma non troppo.

Anche lo schema dei personaggi è tipico di una fiaba. Ritroviamo infatti quasi tutte le figure di agenti che il formalista russo Vladimir Propp aveva classificato: l’eroina (Mija), il donatore (il nonno di Mija), l’antagonista (la CEO della Mirando Corporation, Lucy Mirando), il falso eroe (il falso animalista e volto della Mirando, Johnny Wilcox), gli aiutanti (gli animalisti, tra cui Jay e Red). Okja potrebbe essere paragonata al mezzo magico, ovvero a ciò che viene sottratto al protagonista e mette in moto tutta la vicenda.

Se la storia di per sé è abbastanza semplice, il modo in cui viene raccontata dal regista Bong Joon-ho è originale. In Okja sono presenti infatti molte immagini poetiche – supportate da una bella fotografia – soprattutto nelle scene in mezzo alla natura, ma anche in quelle a Seul, quando gli animalisti cercano di salvare Okja lanciando dei petali per attirare l’attenzione su di loro. Il regista utilizza spesso il ralenti, specialmente durante le scene di fughe e inseguimenti.

Non dobbiamo però pensare che in Okja sia tutto rose e fiori. Ci sono infatti anche delle scene abbastanza crude, in particolare durante la “visita” di Mija nel mattatoio, oppure quando la polizia pesta gli attivisti. I temi stessi del film, in fin dei conti, non hanno niente di poetico: Okja denuncia la crudeltà dell’uomo nei confronti degli animali, in particolare dei maiali, e la sete di ricchezza. Okja e tutti gli altri super-maiali non sono infatti dei normali maiali, ma sono stati creati in laboratorio; la loro carne avrebbe dovuto sfamare le popolazioni affamate di tutto il mondo, invece sazierà soltanto le pance già piene degli americani, in forma di barrette di carne essiccata e altri prodotti. Questa critica è posta, come già ho fatto intendere, sotto forma di fiaba, ma forse proprio per questo emerge ancora di più, rendendo Okja un film dal connotato etico.

Altro punto a favore del film sono le interpretazioni, tutte molto valide. In questo caso, il cast stellare non è stato solo fumo e niente arrosto. Tilda Swinton è sempre adatta ad interpretare personaggi un po’ nevrotici e psicopatici. Paul Dano, con la sua faccia rassicurante, è perfetto nei panni dell’attivista per i diritti degli animali. Per quanto riguarda Lily Collins, mi aspettavo che avesse un ruolo più importante, ma anche lei ha svolto bene il suo compito. Sorprendente Jake Gyllenhaal nelle vesti del Dottor Wilcox, sopra le righe e alcolizzato. Brava pure la giovane protagonista, Seo Hyeon Ahn. Nel cast sono presenti anche Giancarlo Esposito e Steven Yeun.

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In definitiva, Okja è un film che appassiona, commuove e fa riflettere. Meritava di trovarsi al Festival di Cannes. Non merita, invece, di essere ricordato soltanto per le polemiche che aveva suscitato.

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