The Irishman – La recensione

The Irishman sembra voglia aspirare a essere il testamento del genere a cui appartiene. Dentro, c’è tutto quello che si aspetta da un gangster movie: i matrimoni, gli animali sgozzati, le bistecche di manzo, le sparatorie nei ristoranti, gli schizzi di sangue sulle pareti e così via.

Tuttavia, il regista Martin Scorsese non enfatizza i crimini dei suoi personaggi, favorendo una rappresentazione più sobria che compiaciuta. La morte avviene in pochi secondi, oppure viene solo evocata attraverso dei necrologi in sovrimpressione. Molta più importanza assume, invece, il racconto personale del protagonista.

Ormai anziano, Frank Sheeran (Robert De Niro), detto “l’irlandese”, ripercorre alcuni momenti cruciali della sua carriera di sicario per la malavita. In particolare, l’incontro con il boss italoamericano Russ Bufalino (Joe Pesci) e con il sindacalista Jimmy Hoffa (Al Pacino), dei quali Sheeran diventa amico e collaboratore.

Dimenticato dalle figlie in una casa di riposo, Frank Sheeran si prende tutto il tempo necessario (209 minuti) per ripensare alla sua vita e alle sue azioni.

Se, nella prima metà del film, il suo racconto in voce over al passato sembra volto a ricostruire i legami tra la criminalità organizzata e la politica e a ripercorrere alcuni tra gli eventi più importanti dell’America del dopoguerra (su tutti, l’uccisione di JFK), progressivamente le sue riflessioni si fanno più intime. Infatti, superate le faticose prime due ore, The Irishman si rivela essere soprattutto una storia di lealtà, fratellanza e tradimento.

the irishman

Seguiamo i tre protagonisti, Frank, Russ e Jimmy, dall’inizio della loro amicizia fino alla vecchiaia. Li impariamo a conoscere, ci affezioniamo, li disapproviamo e, infine, ci appaiono umani.

De Niro, Pacino, Pesci e il gangster movie.

Rispetto ai precedenti Quei bravi ragazzi e Casinò, Joe Pesci è insolitamente trattenuto. Anche Robert De Niro – forse l’attore che più di tutti ha incarnato, al cinema, l’immagine tipica del mafioso italoamericano: non solo nei film di Scorsese, ma anche in Il padrino – Parte II, C’era una volta in America, Gli Intoccabili – lavora di sottrazione. Tra i tre, l’unico che gigioneggia è Al Pacino durante le scenate del suo Jimmy Hoffa (che non sono come quelle di Scarface). Con il ringiovanimento digitale, i tre attori avevano davanti a sé l’ulteriore sfida di dover essere credibili anche come cinquantenni o quarantenni. Grazie alla loro bravura, e alla direzione attenta di Martin Scorsese, ci sono riusciti.

The Irishman è un film crepuscolare, in cui non c’è niente di romantico nell’essere un sicario, ma solo rassegnazione. “It is what it is“, “è quello che è”.

Pubblicato da Giulia Ricci

Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze con la tesi “La La Land e Les Parapluies de Cherbourg: sogno e realtà nel musical tra moderno e postmoderno”, sono un’aspirante critica cinematografica. Il cinema e la scrittura sono le mie passioni più grandi fin da quando ero bambina, e provo a esprimerle scrivendo sul mio blog Cinema, mon amour! e su L’Occhio del Cineasta. Non chiedetemi quali sono i miei film preferiti, perché non saprei scegliere.

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