Venezia 75: Suspiria – La recensione

Presentato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Suspiria di Luca Guadagnino è il remake del celebre horror di Dario Argento del 1977.

Diviso in sei atti – più l’epilogo – ambientati nella Berlino del 1977, il film racconta di una prestigiosa scuola di danza travolta da un vortice di oscurità che inghiottirà la direttrice artistica (Tilda Swinton), un’ambiziosa giovane ballerina (Dakota Johnson) e uno psicoterapeuta in lutto (Lutz Ebersdorf).

Fin dalle prime interviste, il regista Luca Guadagnino ha sempre affermato che il suo Suspiria non sarebbe stato un remake canonico: «Con ogni film che faccio attraverso i miei sogni di adolescente, e Suspiria è il sogno di megalomania adolescenziale più nitido che abbia. Vidi il poster a 11 anni, poi a 14 il film, che mi segnò profondamente. Cominciai subito a sognare di farne una mia versione. Ecco come mi sono avvicinato al progetto, un omaggio all’incredibile, potente emozione che provai quando lo vidi. L’arte umana non si basa sull’invenzione dell’originalità, ma sul trovare un nuovo punto di vista».

Infatti, già soltanto visivamente, è evidente quanto il film si discosti dall’originale: ai colori vividi della fotografia di Tovoli si sostituiscono toni sul grigio e marrone, e sono assenti i colori primari. Questo cambiamento è estremamente positivo e dimostra quanto Guadagnino abbia reinterpretato il film, facendolo proprio (anche perché di Luciano Tovoli ce n’è solo uno).

Lo stile del regista palermitano è sempre più riconoscibile, seppur rinnovandosi ad ogni film e genere affrontato. La sua regia è molto dinamica, o così pare grazie all’ottimo montaggio. Guadagnino realizza primi piani opprimenti e immagini di ampio respiro, soffermandosi al solito anche sui dettagli della messinscena.

Qualcuno in sala conferenza ha definito Guadagnino uno “stalker dei grandi registi”. In effetti, guardando Suspiria, si avverte da parte del regista un sentimento di nostalgia per il cinema europeo degli anni Settanta. Ciò è abbastanza evidente grazie alla già citata fotografia. In questo, Guadagnino dimostra nuovamente di guardare al suo maestro, Bernardo Bertolucci, che con alcuni film – soprattutto Il conformista – aveva aperto la strada a quel cinema caratterizzato, più che dalla nostalgia dei tempi andati, dalla rappresentazione del passato come repertorio di immagini, oggetti, décor, e così via. Che Guadagnino sia un cinefilo è ulteriormente confermato dal gusto per il remake, la tipologia di film nostalgico per eccellenza, sebbene abbiamo già parlato di come il suo Suspiria non sia un classico remake.

Se visivamente il film di Guadagnino è diverso dall’originale, a livello di scrittura questo è ancor più vero. Nei titoli d’inizio l’attenzione si posa sulla scritta: “basato sulla sceneggiatura di Dario Argento e Daria Nicolodi”; in effetti, del testo originale resta ben poco, e sembra essere stato utilizzato come spunto per trattare altri temi, come la maternità e il senso di colpa. È apprezzabile la scelta dello sceneggiatore di approfondire il vissuto di alcuni personaggi, come la ballerina Patricia e lo psicologo, inserendoli nel contesto storico a loro contemporaneo (il muro che divide la città, la banda Baader Meinhof, le ferite non ancora rimarginate dei crimini nazisti). Anche alla danza viene dato molto più spazio, intendendola questa volta veramente come il linguaggio della trascendenza della magia.

L’elemento paura è molto scemato, ma d’altronde neanche l’originale era così sconvolgente. Sarebbe più appropriato parlare di shock estetici, realizzati attraverso la regia; un po’ come il famoso cine-pugno di Sergej Ejzenstejn. Purtroppo però, la più che buona sceneggiatura si perde nel finale, delirando.
La colonna sonora di Thom Yorke, leader dei Radiohead, è caratterizzata da rumori sinistri, pezzi al piano stranianti e canti liturgici inquietanti.

Malgrado qualche lungaggine e forzatura di troppo della sceneggiatura, nel complesso Luca Guadagnino fa centro con questa rivisitazione molto personale dell’horror di Dario Argento, omaggiando non soltanto il regista italiano ma soprattutto l’estetica del cinema europeo anni Settanta.

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3 commenti su “Venezia 75: Suspiria – La recensione

  1. Assolutamente nella lista di film da vedere in autunno! Sto recuperando voracemente le tue recensioni sui film presentati a Venezia, spero farai anche quella di ‘A star is born’ – sempre che tu abbia già avuto occasione di vederlo – perché sono super curiosa di sapere cosa ne pensi dato che finora ho letto solo lodi sperticate da parte della stampa estera.

    • Grazie della lettura, mi fa molto piacere! Per quanto riguarda A Star Is Born, non sono riuscita ancora a sviluppare una vera e propria recensione. Intanto posso dirti che la prima parte è molto bella, poi però il film scende di livello, soffermandosi troppo sulla dipendenza da alcool del protagonista, interpretato da Bradley Cooper. Un film piacevole ma non un capolavoro, ecco. Le canzoni sono belle, e scommetto che la nomination agli Oscar per la Migliore Canzone non tarderà ad arrivare. 🙂

  2. Pingback: Venezia 75 | Top e flop della Mostra del Cinema – Cinema, mon amour!

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