Vice – La recensione

Candidato a 8 premi Oscar, Vice – L’uomo nell’ombra scardina i canoni del biopic per creare un mix vincente di storia accaduta e storia rimaneggiata dal cinema.

Vice racconta cinquant’anni di politica americana attraverso la scalata al potere di Dick Cheney (Christian Bale), che da portaborse di Donald Rumsfeld (Steve Carell) sotto l’amministrazione Nixon arrivò a ricoprire il ruolo di vicepresidente nei due mandati di George W. Bush (Sam Rockwell).

Ed è proprio la vicepresidenza ad essere l’obiettivo critico del regista Adam McKay. Il film, infatti, inizia durante gli attentati di New York del 2001 e lì torna dopo aver raccontato la carriera del suo protagonista. In quei giorni bui per l’Occidente, Cheney si sostituisce al più o meno consapevole Presidente Bush, compiendo scelte “nell’ombra” che avrebbero cambiato per sempre le sorti del mondo. Eppure, all’inizio, il nostro protagonista ci viene presentato come un ragazzone dalla scarsa intelligenza e dedito all’alcool che senza le ambizioni della moglie Lynne (una perfetta simil-donna-repubblicana Amy Adams) probabilmente non avrebbe mai aspirato a entrare in politica.

Adam McKay tratteggia i suoi personaggi in tutta la loro tridimensionalità.

Di fronte a personalità così scomode, per Adam McKay sarebbe stato facile scegliere la via della caricatura. Invece, il regista e sceneggiatore de La grande scommessa ha creato dei personaggi tridimensionali che sotto la superficie presentano molte sfaccettature.
Questo gli ha permesso di non limitarsi a fare della “semplice” satira – che comunque è presente in dosi massicce – per criticare seriamente l’operato di Cheney, Bush Jr. e compagnia. Forse era meglio se Cheney non avesse accettato l’incarico conferitogli da Bush, se avesse terminato prima la sua carriera e si fosse dedicato alla famiglia, come sembrano suggerire i finti titoli di coda inseriti a un terzo del film.

Gli espedienti adottati da McKay sollecitano l’attenzione dello spettatore e generano comicità.

La storia di Cheney – veritiera, anche se letta in un’ottica politicamente schierata – è infatti arricchita e rimaneggiata da numerosi espedienti narrativi: alcuni particolarmente azzardati, come il finto finale menzionato sopra, altri già sperimentati in La grande scommessa ma qui gestiti in modo decisamente migliore. Su tutti, la rottura della quarta parete da parte del narratore, la cui identità vi resterà nel cuore.
Il film procede di trovata in trovata, ed è impossibile esemplificarle tutte. Una tra le più geniali è la scena al ristorante in cui le portate principali proposte dal cameriere Alfred Molina sono metodi per aggirare le leggi sulla tortura, e Cheney e i suoi collaboratori ordinano il menù completo.

Ma è il montaggio la fonte delle trovate migliori: vera anima del film, è qui usato come strumento di riflessione alla maniera del montaggio intellettuale di Ejzenstejn. Lo spettatore deve dare significato alle immagini messe in relazione, come nella scena dell’accordo tra Cheney e George W. Bush in cui quest’ultimo viene metaforicamente accostato a un pesce preso all’amo.

Alla già azzeccata caratterizzazione dei personaggi in fase di sceneggiatura contribuiscono le eccellenti interpretazioni degli attori, su tutti quella di Christian Bale, che – sebbene abbia dichiarato di essersi ispirato a Satana – dà un po’ di umanità e goffaggine al suo imponente Dick Cheney. Inutile dire che il lavoro del casting è stato ottimo, scegliendo attori somiglianti ai personaggi reali o a questi resi simili grazie al trucco.

In definitiva, Vice è un film impegnativo ma eccezionale sotto ogni punto di vista. Merita qualche premio rilevante, non soltanto per il suo valore artistico ma anche per la sua importante critica socio-politica.

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