Dolor y gloria – La recensione

Presentato al Festival di Cannes 2019, Dolor y gloria è tra i film più metacinematografici e autobiografici di Pedro Almodóvar, una sintesi del suo modo di fare cinema e del suo gusto da cinefilo.

Il regista cinematografico Salvador Mallo (Antonio Banderas), fiacco nel corpo e nella mente, è in piena crisi creativa e, mentre sviluppa nuove idee incontrando vecchie conoscenze, si trova a ripensare alla sua vita, in particolare alla sua infanzia e al rapporto con la madre Jacinta (Penélope Cruz da giovane, Julieta Serrano da anziana).

Nella prima parte del film è evidente il contrasto tra l’infanzia bucolica, anche se vissuta in povertà, e il presente fatto di droga e medicine per calmare il dolore. Infatti, non potendo lavorare sul set per problemi fisici, Salvador passa le sue giornate chiuso in casa tra un mal di testa e l’altro, finché un attore con cui aveva lavorato trent’anni prima gli fa provare l’eroina. Ed è soprattutto nel torpore che Salvador ricorda la sua infanzia a Paterna negli anni ’60.

Dopo aver ritrovato gli amori più importanti della sua vita, Salvador riprende finalmente a girare, facendo pace con il suo passato e con la sua salute precaria.

In quanto regista affermato proveniente dalla provincia, il protagonista di Dolor y Gloria fa venire in mente quello di Nuovo Cinema Paradiso, ma la sua crisi creativa e il suo ricordare l’infanzia rimandano soprattutto a .

Proprio la pellicola di Federico Fellini viene ripetutamente evocata, in maniera diretta attraverso un poster con la locandina del film, più velatamente nella trama e nel personaggio di Mallo, ritratto in un fotogramma come Marcello Mastroianni con i suoi iconici occhiali da sole.

Salvador Mallo però è anche e soprattutto Pedro Almodóvar, non soltanto per l’aspetto fisico.

Il regista spagnolo ha dichiarato che il suo film è autobiografico per il 40% dei fatti raccontati, ma intimamente lo è al 100%. Infatti, in Dolor y gloria Almodóvar inserisce tutti i temi a lui più cari, i suoi colori e le sue musiche, i primi piani carichi di intensità, i suoi attori feticcio (Banderas e Cruz, ma anche Cecilia Roth e Julieta Serrano) e omaggia addirittura i suoi stessi film, senza scadere nell’autoreferenzialità sterile ma con uno sguardo nostalgico, a volte critico.

Trascurando alcune imperfezioni (forse le animazioni dello storico collaboratore Juan Gatti erano evitabili; si sente un po’ di lentezza nella parte centrale) Dolor y gloria è un melodramma malinconico e struggente, dove immagini cinematografiche e vita reale si scontrano, intrecciano e confondono.

2016 - 2019, Recensioni , ,

Informazioni su Giulia Ricci

Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze con la tesi “La La Land e Les Parapluies de Cherbourg: sogno e realtà nel musical tra moderno e postmoderno”, sono un’aspirante critica cinematografica. Il cinema e la scrittura sono le mie passioni più grandi fin da quando ero bambina, e provo a esprimerle scrivendo sul mio blog Cinema, mon amour! e su L’Occhio del Cineasta. Non chiedetemi quali sono i miei film preferiti, perché non saprei scegliere.

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