Venezia 75: Capri-Revolution – La recensione

Terzo film italiano in concorso alla 75esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Capri-Revolution di Mario Martone è l’ultimo capitolo dell’ideale trilogia composta da Noi credevamo e Il giovane favoloso.

Nel 1914, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, un gruppo di artisti e intellettuali nordeuropei trova a Capri il luogo ideale per la propria ricerca nella vita e nell’arte. Il film narra l’incontro tra la pastorella del posto Lucia (Marianna Fontana), la comunità guidata da Seybu (Reinout Scholten van Aschat) e il giovane medico del paese (Antonio Folletto). E narra di un’isola unica al mondo, la montagna dolomitica precipitata nelle acque del Mediterraneo che all’inizio del Novecento ha attratto come un magnete chiunque sentisse la spinta dell’utopia e coltivasse ideali di libertà, come i russi, che – esuli a Capri – si preparavano alla rivoluzione.

La storia prende spunto dalla vita di Karl Diefenbach, artista, pacifista, vegetariano e nudista. Martone ha scritto la sceneggiatura del film insieme a sua moglie, Ippolita di Majo.

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Con Capri-Revolution, il regista campano chiude la trilogia sui ribelli, dopo il Risorgimento (Noi credevamo) e Giacomo Leopardi (Il giovane favoloso).

Ancora una volta la natura, secondo una concezione tipicamente romantica, fa da sfondo alla vicenda raccontata e assume un ruolo determinante. In particolare, la natura di Capri-Revolution è quella vergine e omerica dell’isola più importante del Golfo di Napoli: “quello che mi interessava di Capri era la possibilità di cogliere il suo aspetto di luogo naturale. Più di tutto, la sua assoluta verticalità. Come se nessuno l’avesse vista prima” – ha detto Martone.

 

Martone dimostra nuovamente di saper unire passato e presente in modo originale. I “seguaci” di Seybu sono rappresentati come degli hippies ante litteram: vivono nel segno della libertà più assoluta, e mentre ballano nudi sotto il sole ricordano i personaggi ritratti nel famoso quadro di Matisse. Seybu stesso viene rappresentato come un moderno Gesù Cristo, “curatore” e pacifista. Al contrario, il medico del paese – vicino ai russi esuli a Capri – è a favore dell’entrata in guerra dell’Italia. Il personaggio di Lucia incarna invece la forte identità dell’isola: selvaggia e tradizionalista, poi aperta al nuovo, Lucia rappresenta nella storia l’ago della bilancia.

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Malgrado le bellissime immagini, Capri-Revolution risulta narrativamente inconcludente: Martone presenta le convinzioni ideologiche dei personaggi, in particolare di Seybu e del medico, senza schierarsi né per l’una, né per l’altra. Una scelta simile è solitamente positiva, ma in questo caso sembra indebolire la forza del film. Non potendo parteggiare né per Seybu né per il medico, lo spettatore spera – invano – di potersi immedesimare in Lucia, ma anche questa, nel finale, compie una scelta che sembra più una non-scelta, una via di fuga.

In definitiva, Mario Martone confeziona un film estetizzante, che avrebbe avuto bisogno però di una presa di posizione più netta.

 

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