Venezia 75: Top e flop della Mostra del Cinema

Con la proclamazione dei vincitori, si è conclusa la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. È tempo dunque di tirare le somme di questa settantacinquesima edizione.

Per il secondo anno consecutivo, ho partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia, il festival cinematografico più antico e prestigioso. Rispetto all’edizione precedente, ho notato un evidente salto di qualità delle pellicole in concorso: se lo scorso anno si distinguevano nettamente alcune ottime pellicole (ad esempio, Tre Manifesti, La forma dellacqua) da altre veramente discutibili, questa volta la qualità era decisamente più omogenea e tendente verso l’alto. Eppure, non mi sento di aver visto né dei flop totali, né dei capolavori, mentre lo scorso anno mi ero sbilanciata maggiormente, sia in un lato che nell’altro; forse perché i pochi film veramente belli svettavano rispetto alle abbondanti pellicole mediocri. Ciononostante, sono sicura che molti dei titoli presentati saranno tra i più interessanti della nuova stagione cinematografica.

Tra i film peggiori visti quest’anno al Lido di Venezia ci sono, a mio parere, Nuestro Tiempo e The Mountain. Entrambi sono quasi senza trama, e dunque i registi hanno cercato di puntare tutto sull’aspetto visivo, fallendo miseramente. Nuestro Tiempo vorrebbe essere poetico, ma risulta pretenzioso ed anche un po’ volgare, mentre The Mountain, quantomeno, vanta dei bei fotogrammi, visibilmente ispirati ai quadri anni Cinquanta.

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The Mountain

I film più deboli del festival sembrano però Acusada e 22 July. Il legal-thriller argentino fa il suo lavoro, tenendo incollato lo spettatore allo schermo, ma sembra più un film per la tv che una pellicola in concorso ad un festival. Stessa cosa si potrebbe dire del film di Paul Greengrass, prossimamente su Netflix. La strage del 2011 sull’isola norvegese di Utoya – realizzata dall’anti-multiculturalista Anders Breivik – viene rappresentata realisticamente come una vicenda collettiva, assumendo molteplici punti di vista, ma così facendo il film finisce per risultare un po’ approssimativo.

Deludono – parzialmente – anche i film storici Peterloo e Sunset. Il primo è una lezione di storia prolissa, mentre il secondo è fin troppo simile all’opera precedente del regista ungherese Laszlo Nemes.

The Nightingale, in quanto unico film in concorso diretto da una donna (Jennifer Kent), aveva suscitato molto clamore, ma si è poi rivelato un fiasco (anche se ho letto delle recensioni fin troppo accanite). Werk Ohne Autor (Opera Senza Autore) è invece piaciuto al pubblico – per cui è stato pensato – e meno alla critica; in effetti, il film che segna il ritorno di Florian Von Donnersmarck alterna momenti decisamente melodrammatici ad altri più distesi, che risultano maggiormente convincenti.

I titoli rimanenti sono per lo più riusciti, anche se ancora criticabili per alcune sottigliezze. Come il film a episodi dei fratelli Cohen, The Ballad of Buster Scruggs, un divertissement carino, che poteva essere strutturato diversamente. Oppure, Capri-Revolution di Mario Martone, film estetizzante che avrebbe avuto bisogno di una presa di posizione più netta. At Eternity’s Gate è un film biografico non convenzionale, che racconta gli ultimi anni di vita di Vincent Van Gogh dal punto di vista dello stesso; con un ispirato Willem Dafoe nel ruolo del pittore olandese, il film si perde qua e là nel mostrare la visione distorta della realtà che ha il protagonista.

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At Eternity’s Gate

First Man, la prova del nove di Damien Chazelle, è un film convincente, sia per la scelta di raccontare l’Armstrong padre di famiglia invece che l’eroe americano, sia registicamente parlando, sebbene Chazelle sembra aver messo da parte – almeno per questo film – lo sguardo poetico che caratterizzava La La Land. Convince anche Zan (Killing) del giapponese Tsukamoto; se non altro perché dimostra che è ancora possibile fare un film di senso compiuto malgrado la durata di 80 minuti.

La mia top 5 è però composta – in ordine ascendente – da Suspiria, Roma, Vox Lux, The Sisters Brothers e The Favourite. Atmosfere inquietanti (Suspiria e Vox Lux), comicità grottesca (The Sisters Brothers e The Favourite), regie strepitose e ottime interpretazioni fanno di questi film i miei preferiti del festival. Questo era anche il parere della stampa (italiana ed estera) e del pubblico, in particolare per i film di Lanthimos, Audiard e Cuaron.

Tra le sorprese più piacevoli delle sezioni parallele della Mostra si contano Sulla Mia Pelle (Orizzonti) e Ricordi? (Giornate degli Autori), di cui ho già parlato rispettivamente qui e qui. Entrambi dimostrano che il cinema italiano, quando vuole, sa essere ancora un bel cinema. Colpisce inoltre in positivo la fotografia di Ying (Shadow), il film wuxia di Zhang Yimou presentato fuori concorso.

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Ying (Shadow)

E fuori concorso è stato presentato anche A Star is Born, l’opera prima di Bradley Cooper che ha pregi e difetti: ad una buona prima metà del film, segue poi la classica storia di ascesa e discesa delle star, con il focus quasi tutto sul personaggio alcolizzato interpretato da Bradley Cooper e trascurando quello altrettanto importante di Lady Gaga. In definitiva, non un capolavoro ma comunque una visione piacevole, anche grazie alla splendida voce della cantante newyorkese. Accattivante è invece Driven, il film di chiusura della Mostra sul creatore della mitica DeLorean (sì, la macchina di Ritorno al Futuro).

Felicissima di aver partecipato nuovamente a questa avventura, vi dico che, anche per quest’anno, da Venezia è tutto!

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