Nel segno di Proust: fotogrammi di un tempo perduto (e ritrovato)

Secondo il filosofo francese Marcel Proust, non sai di essere felice finché non ricordi di esserlo stato. È questa, in breve, la tesi del suo capolavoro letterario, Alla Ricerca del Tempo Perduto, in cui il protagonista, un uomo sconfortato dalla sua realtà, assaggia una madeleine che lo riporta con la memoria alla sua infanzia, spensierata e felice, e in quei ricordi comprende che la gioia che ha provato era reale.
Al cinema, il concetto di felicità ritrovata attraverso l’atto del ricordare viene spesso rappresentato tramite il flashback, solitamente ambientato durante l’infanzia del soggetto che sta ricordando, ma non sempre. Di seguito alcuni film in cui il ricordo del “tempo perduto” scaturisce da fonti diverse – come un sapore, un profumo, una parola – e la cui resa in immagini è differente.

Ratatouille (Brad Bird, 2007): la ratatouille di mamma Ego

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Iniziamo con la pellicola che più direttamente cita l’opera di Proust: il film Pixar Ratatouille.

A Parigi, il topolino aspirante chef Remy prepara una ratatouille all’integerrimo critico gastronomico Anton Ego, il quale, appena la assaggia, viene trasportato indietro nel tempo, quando da piccolo era triste e la mamma gli preparava lo stesso piatto per farlo felice. Ego quindi ritorna con la mente ad un tempo felice, un tempo che reputava ormai perduto, ma che ora invece ha ritrovato, proprio grazie a quel piatto povero preparatogli da Remy.
Come il libro di Proust, Ratatouille ci dice che basta davvero poco – una madeleine o una ratatouille – per suscitare in noi emozioni e sensazioni che spesso provengono dal nostro passato e, ricordandole, le proviamo nuovamente, magari facendo anche pace con il nostro presente, come testimoniato dalla conversione finale di Anton Ego.

Il favoloso mondo di Amélie (Jean-Pierre Jeunet, 2001): la scatola di Dominique Bretodeau

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Altro film ambientato a Parigi (questo veramente francese), altra citazione della Recherche: la madeleine assume qui le sembianze di una scatola di latta.

Amélie Poulaine vuole restituire al legittimo proprietario la scatola di latta piena di cimeli che ha trovato nascosta sotto una piastrella del suo appartamento. Non sarebbe affatto errato affermare che quel piccolo tesoro di quarant’anni prima sia il motore stesso del film, tanto che tornerà nelle mani del suo possessore, Dominique Bretodeau, soltanto alla fine del film, dopo innumerevoli ricerche e peripezie. Amélie escogita un piano per far sì che sia lo stesso Bretodeau a ritrovare personalmente la scatola all’interno di una cabina telefonica. Non appena ciò accade, in un istante, tutto riaffiora alla mente dell’interessato: la vittoria di Federico Bahamontes al Tour de France del ’59, le sottane della zia Josette, le biglie che aveva vinto ai suoi compagni di scuola; insomma, ricordi della sua infanzia, che ci vengono mostrati in un flashback in bianco e nero.
Anche in questo caso, il ricordo del passato ha ricadute sul presente: dopo il ritrovamento della scatola, Bretodeau decide di andare a trovare la figlia con la quale non parla più da anni, prima di diventare egli stesso un ricordo da mettere dentro una scatoletta di latta, per giunta arrugginita.

 (Federico Fellini, 1963): “ASA NISI MASA”

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Non soltanto il sapore di un piatto o una scatola dei ricordi possono farci tornare indietro con i pensieri, ma anche una parola riaffiorata alla mente.

In un momento di difficoltà creativa (o crisi d’inspirescion, come si dice nel film), il regista Guido Anselmi si trova in un centro termale, insieme – suo malgrado – alla troupe che lo tormenta in vario modo per sapere quando inizieranno le riprese del nuovo film.
Nella scena che ci interessa, un illusionista e sua moglie affermano di saper leggere i pensieri del pubblico, e Guido, che conosceva già entrambi, non si sottrae al gioco. Ecco che, quando i due artisti di strada indovinano la parola pensata da Guido –“ASA NISI MASA” – e chiedono spiegazioni sul suo significato, lo sguardo abbassato di Marcello Mastroianni, un po’ mesto e un po’ nostalgico, introduce un flashback ambientato nella sua infanzia, in cui una bambina pronuncia un oscuro discorso, dal quale si intende che se Guido vorrà accedere ad un “tesoro” dovrà ben conservare a mente la parola “ASA NISI MASA”.
La formula misteriosa, che potrebbe essere la parola ANIMA in alfabeto farfallino, è la testimonianza di una creatività e un’innocenza perduta, che al regista in quel momento tanto servirebbe ritrovare. E, in effetti, sebbene Guido non riesca a far partire il suo film – o almeno: quello che credeva di realizzare in partenza – dopo quel ricordo assistiamo al ritorno di un’immaginazione più vivida, che culmina nella scena dell’harem, in cui Guido immagina (o forse meglio dire sogna ad occhi aperti) tutte le donne della sua vita radunate sotto lo stesso tetto, che lo accudiscono come un bambino.

La La Land (Damien Chazelle, 2016): il tema di Mia e Sebastian

Dopo un sapore, un oggetto e una parola, un’altra fonte da cui può scaturire un ricordo che provoca felicità è sicuramente la musica.

Nella scena finale del musical pluripremiato La La Land, sentiamo le note del tema dei due protagonisti, Mia e Sebastian, che quest’ultimo suonava anche la sera del loro primo incontro. Un primo incontro che in verità non era andato a buon fine, visto la totale indifferenza di Sebastian verso i complimenti fattogli da Mia. Ma, dopo che l’iniziale antipatia reciproca si è trasformata in amore e, soprattutto, dopo che si sono detti addio, il loro tema musicale porta con sé il ricordo della loro storia ed anche il rammarico di ciò che poteva essere e non è stato. Quello che vediamo in seguito non è infatti un flashback, un ricordo vero e proprio, ma un what if? malinconico che termina con un altrettanto sguardo malinconico scambiato tra i due protagonisti; entrambi hanno realizzato il loro sogno (aprire un locale jazz lui, diventare un’attrice di successo lei) ma separandosi.
Le note composte da Justin Hurwitz – suonate al pianoforte da Ryan Gosling – riportano però anche al tempo felice che Mia e Sebastian hanno trascorso insieme; per questo, il loro saluto definitivo si carica di nostalgia, risultando meno doloroso di quanto avrebbe dovuto, ma altresì commovente.

Leggi anche: La La Land – Un musical malinconico

 

Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017): lo sguardo perso nei pensieri di Elio

Anche in questo caso, il protagonista offre nella scena finale del film uno sguardo denso di significato ma, a differenza di quello scambiato tra Mia e Sebastian in La La Land, quello di Elio Perlman sostiuisce il flashback stesso e ne assume la funzione di ricordo del “tempo perduto”.

Chiamami col tuo nome è la storia di un amore giovane, goffo e impulsivo, destinato a finire con la stessa velocità con cui si è presentato. Malgrado Elio tenti di cogliere l’attimo, di godersi il momento, l’idillio con Oliver è troppo fugace per permettergli di capire che quella che sta provando è la felicità con la f maiuscola. Elio può rendersi conto di questo soltanto quando perde Oliver, e la scena finale del film mette in scena perfettamente la piccola tragedia che ha luogo quando una storia d’amore così breve e travolgente si conclude. Dopo aver ricevuto la notizia delle imminenti nozze di Oliver, Elio si siede davanti al camino e, mentre i titoli di coda scorrono e la macchina da presa inquadra la sua faccia persa nei pensieri, cerca di dare un senso a ciò che gli è accaduto, di far passare la “scottatura”, ma soprattutto di mettere in pratica il consiglio del padre. Infatti, ricordare gli istanti passati insieme è straziante, ma anche bello.
Elio accetta il dolore di aver perso probabilmente l’amore della sua vita, lo fa suo, e lascia quindi spazio al ricordo della felicità vissuta in quell’estate del 1983, come suggerisce il cambiamento di espressione sul suo volto, che da contratto si distende in un sorriso appena accennato ma sufficiente per farci capire che ne è valsa la pena.

Leggi anche Call Me By Your Name – La recensione

 

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