Parasite – La recensione

«Parasite è una commedia senza clown, una tragedia senza cattivi». Così il regista sudcoreano Bong Joon-ho presentava il suo ultimo film al Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro.

I quattro membri della famiglia Kim sono molto uniti, ma anche molto disoccupati. La speranza di un’entrata regolare si accende quando il figlio Ki-woo viene raccomandato da un amico per un lavoro ben pagato come insegnante privato. Con il peso delle aspettative di tutta la famiglia sulle spalle, Ki-woo si presenta al colloquio dai Park, benestanti proprietari di una multinazionale informatica. Una volta assunto, Ki-woo escogita un piano con tutta la sua famiglia, ma una serie di imprevisti li metterà in difficoltà.

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Nelle prime immagini del film, vediamo i Kim ringraziare Dio per la rete wifi libera a cui possono connettere i loro smartphone. La vita ha insegnato loro ad adattarsi, a improvvisarsi affabulatori, falsari e perfino attori secondo le necessità. Viceversa, i Park sono ingenui, nevrotici, “gentili perché ricchi” e non “ricchi ma gentili”. Anche se il regista Bong Joon-ho assume il punto di vista dei Kim, non divide i personaggi tra buoni e cattivi, quanto semmai tra poveri e ricchi.

La scenografia del film diventa metafora dei rapporti di forza tra i personaggi.

Parasite è un film fatto di scale che salgono e scendono, a simboleggiare la mobilità sociale (altro che la discesa negli inferi di Joker attraverso la scalinata del Bronx). I Kim guardano il mondo dalla finestra del loro seminterrato, quindi dal basso verso l’alto. I Park, al contrario, vivono in una villa su più piani, e solo la loro governante – della stessa estrazione dei Kim – scende fin giù nello scantinato.

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Come per i marinai e i comandanti della Corazzata Potemkin di Sergej Ejzenstejn, la macchina da presa è angolata ora dal basso ora dall’alto a seconda dei personaggi inquadrati. Bong Joon-ho realizza carrellate a precedere e a seguire, e ralenti ironici sulle musiche di Jung Jaeil e su In ginocchio da te di Gianni Morandi. I suoi movimenti di macchina sono pensati nei minimi dettagli, ma senza che il loro formalismo prenda il sopravvento sulla narrazione.

Parasite riflette sulla differenza di classe – come Burning, altro film sudcoreano recente – in modo accattivante e commovente. I tempi narrativi sono gestiti a regola d’arte, la sceneggiatura è un crescendo di tensione che culmina nella sequenza della festa, dove viene mostrato quanto ci si possa spingere in basso per cercare di elevarsi socialmente. Il film di Bong Joon-ho è una tragicommedia in cui si ride amaramente e nel cui finale si rimane inchiodati alla sedia.

Pubblicato da Giulia Ricci

Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Firenze con la tesi “La La Land e Les Parapluies de Cherbourg: sogno e realtà nel musical tra moderno e postmoderno”, sono un’aspirante critica cinematografica. Il cinema e la scrittura sono le mie passioni più grandi fin da quando ero bambina, e provo a esprimerle scrivendo sul mio blog Cinema, mon amour! e su L’Occhio del Cineasta. Non chiedetemi quali sono i miei film preferiti, perché non saprei scegliere.

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